La Favela di Paraisópolis (SP). Dinamiche sociali di cambiamento urbano fra esclusione e identità

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1 Facoltà di Filosofia Lettere Scienze Umanistiche e Studi Orientali Corso di Laurea Magistrale in Discipline Etnoantropologiche La Favela di Paraisópolis (SP). Dinamiche sociali di cambiamento urbano fra esclusione e identità Candidato Laura Mugnani n. matricola Relatore Prof. Alessandro Simonicca Correlatore Prof. Alberto Sobrero Anno Accademico 2011/2012

2 Alle mie famiglie

3 ..São as pessoas que fazem a cidade, os grupos sociais que fazem a cidade, e não a cidade que faz sociedade.. Michel Agier Me tiraram do meu morro me tiraram do meu cômodo me tiraram do meu ar me botaram nesse quarto multiplicado por mil quartos de casas iguais. Me fizeram tudo isso para o meu bem. E meu bem ficou lá no chão queimado onde eu tinha o sentimento de viver como queria no lugar onde queria não onde querem que eu viva aporrinhado devendo prestação mais prestação da casa que não comprei mas compraram para mim. Me firmo, triste e chateado, Desfavelado. Carlos Drummond de Andrade

4 Ringraziamenti Vorrei fare prima di tutto un ringraziamento generale nei confronti delle persone che hanno appoggiato la mia ricerca, la mia decisione, sapendo che per alcune di loro non deve esser stato facile. Vorrei tanto ringraziare Mario, che ha sopportato e supportato ogni istante di questo percorso, da vicino, senza il cui appoggio, i consigli e la grande pazienza, non sarei arrivata fino a qui. Grazie. Vorrei ringraziare il mio relatore, il Professore Alessandro Simonicca, per avermi dato fiducia fin da quando gli ho presentato la mia idea, nonostante conoscesse molto bene le difficoltà che avrebbe comportato. Senza quella fiducia non avrei mai fatto questa stupenda esperienza sul campo. Vorrei ringraziare anche il mio correlatore, il Professor Alberto Sobrero, per la sua disponibilità e pazienza. Un ringraziamento speciale è per le mie grandi amiche e antropologhe, Lori e Fra, perché ci siete sempre, perché si conclude un percorso fatto insieme, senza il nostro confrontarci non sarei la persona che sono oggi. Annalisa, Angela e Fiorella, perché condividendo i dubbi, le ansie e le esperienze ci siamo avvicinate tanto. Ringrazio tutte gli amici, vicini e lontani, ma sempre di grande sostegno. Elisa per essere stata la mia ancora, la mia sveglia e la mia coscienza in questo periodo. Veronica perché grazie a lei non mi dimentico mai di sognare.. Grazie a tutti quanti. Voglio ringraziare poi con tutto il cuore le mie famiglie. Grazie a mia madre che mi appoggia sempre, incondizionatamente. A mia sorella, che mi dà sempre tanta forza. Senza di loro non avrei avuto fiducia in me stessa. Grazie agli zii sempre vicini e di grande sostegno. Alle nonne per il loro immenso affetto e ai cugini sia per la spensieratezza che per i discorsi filosofici. Un grazie immenso va alla mia famiglia brasiliana. A Chiara, senza di lei non ci sarebbe questo legame così speciale e a tutti i suoi meravigliosi figli e nipoti. A Tereza, Luis, Angelica e Silvia, per avermi accolto nelle loro case. A Biel, Octavio, João, Pedro, Aninha, e Pedro Paulo per essere stati i miei angeli custodi e guide durante i mesi che sono stata con voi. Di nuovo a Silvia per avermi fatto anche un po da mamma.. Un ringraziamento particolare va a tutti i miei informatori, per essersi aperti con me, e alla Casa da Amizade, coi i suoi coordinatori, volontari, insegnanti..dal cuore immenso e a tutti i meravigliosi bambini che la animano ogni giorno.

5 Indice Introduzione... 1 Capitolo I Prospettive teoriche di antropologia urbana: per uno studio della città nella città Dove nasce l Antropologia Urbana Il Rhodes-Livingstone Institute e la Scuola di Manchester Prime considerazioni La Network Analysis e altri approcci metodologici Lo studio della città nell antropologia interpretativa Nuove prospettive L antropologia urbana in Brasile Conclusioni Capitolo I Capitolo II Definire il campo: dalla città di São Paulo all interno dell America Latina, alla Comunità di Paraisópolis, al Grotão La città latinoamericana La città di São Paulo all interno del contesto brasiliano La definizione di favela nel corso degli anni. Diversi approcci teorici Paraisópolis e il Grotão Le politiche abitative e i progetti del Comune di São Paulo Conclusioni Capitolo II Capitolo III Una favela in transizione: analisi delle dinamiche di cambiamento urbano e d identità comunitaria attraverso la narrazione delle storie di vita Conclusioni Capitolo III

6 Conclusioni Allegati Trascrizione delle interviste Documenti Bibliografia Altre fonti

7 Introduzione Il lavoro che andiamo a presentare è il frutto della ricerca sul campo svolta nella città di São Paulo tra aprile e luglio L area scelta, nello specifico, è quella della favela Paraisópolis, situata nella zona sud della città. Quest ultima rappresenta la seconda favela più grande di São Paulo, comprendendo oltre al complesso Paraisópolis, anche quelli di Jardim Colombo e Porto Seguro, con una popolazione complessiva di sessanta mila abitanti. La ricerca ha avuto come obiettivo quello di andare ad analizzare le dinamiche di cambiamento urbano e identità sociale in atto in quella determinata fase storica. Andando a verificarne le conseguenze sullo svolgimento della vita quotidiana dei suoi abitanti. I cambiamenti che andremo ad analizzare, in modo specifico nel Grotão, quartiere di Paraisópolis, rientrano nel nuovo progetto di urbanizzazione della Secretaria Municipal de Habitação del Comune di São Paulo. Si tratta quindi di cambiamenti che provengono dall esterno della favela, nonostante il coinvolgimento diretto della popolazione. La ricerca rientra nel complesso di studi di antropologia urbana, ma come viene sottolineato all interno del primo capitolo, si tratta di un argomento che può essere analizzato sotto diversi punti di vista. Come ad esempio quello dell antropologia economica, che concepisce la favela come un sistema di produzione e consumo, adattatosi all ambiente per la sopravvivenza. Oppure quello dell antropologia della violenza, che può esserci utile durante la decostruzione degli stereotipi che accompagnano queste realtà. Nel primo capitolo ci occupiamo di ripercorrere storicamente alcuni cambiamenti, ancora non completamente giunti a termine, che la disciplina sta attraversando negli ultimi anni. L antropologia si è da sempre rivolta, per essere di un certo interesse, a campi di ricerca piuttosto ristretti. Questo perché la ricerca qualitativa non possiede metodi adatti per svolgere studi su grande scala. Inoltre l oggetto di studio dell antropologo era scontato che fosse ricercato in terre lontane e poco conosciute. Negli ultimi decenni però i cambiamenti in atto a livello mondiale, i processi di globalizzazione, i nuovi mezzi di comunicazione, hanno posto l antropologia davanti ad un quesito importante. Le persone si spostano e comunicano rapidamente, non c è nulla di sconosciuto da andare a scoprire. Questi cambiamenti avrebbero quindi portato alla fine della disciplina o c era la possibilità di adattarla in qualche modo a 1

8 questi ultimi? Le correnti di pensiero erano due: chi pensava che l antropologia appartenesse ormai al passato e invece chi la vedeva come un punto di vista importante per la comprensione di questi nuovi fenomeni mondiali. Quest ultima idea comportava così un processo di adattamento della disciplina e la formulazione di nuove linee teoriche, si tratta sicuramente di un processo ancora in atto. Inoltre gli antropologi inizieranno a rivolgere il proprio sguardo anche all interno del proprio paese di origine, andando a sfatare quel mito dell antropologia fatta solo in spazi lontani dal proprio. Si tratta sicuramente di un tipo di ricerca che ha molti più ostacoli da superare, primo fra tutti se stesso e il proprio coinvolgimento sul territorio. Ormai sappiamo che ovunque faremo ricerca, porteremo con noi il nostro bagaglio culturale e che quest ultimo influenzerà le nostre interpretazioni, allontanandoci in questo modo dall osservazione partecipante formulata da Malinowski, che vedeva l antropologo come osservatore esterno totalmente oggettivo. È vero che quella che daremo sarà l interpretazione che più ci sembrerà oggettiva, ma saremo coscienti di essere sempre di fronte a delle testimonianze soggettive influenzate a loro volta dalla nostra presenza sul campo e dalla nostra soggettività. Sicuramente l osservazione di un ambiente sconosciuto ha il vantaggio di non farci assumere delle posizioni ideologiche poco oggettive, anche se dopo diversi mesi sul campo ci ritroveremo in ogni caso coinvolti. Ma ha anche l aspetto negativo di essere più difficoltoso, proprio perché non familiare. Ritengo fondamentale questo tipo di esperienza nella formazione di un antropologo. Ritengo sia utile per gli studi che successivamente potrà intraprendere anche all interno del proprio ambiente di origine, tendenza che si sta sempre più diffondendo. Le difficoltà, in questo caso, si legano proprio all estrema familiarità dell ambiente di ricerca, che può attivare dei punti di vista soggettivi. Nel primo capitolo ci occupiamo anche di delineare il percorso storico dell antropologia urbana e delle società complesse, iniziando dalla Scuola sociologica di Chicago, passando per le ricerche del Rhodes-Livingstone Institute in Africa, arrivando alle linee teoriche più attuali degli antropologi interpretativi e degli studi più frammentari a livello teorico, ma che si occupano di affrontare diversi argomenti che riguardano le città. Come ad esempio gli studi di quartiere, oppure ricerche che iniziano attorno ad un evento straordinario come le feste, per condurre 2

9 poi un analisi dell intero tessuto urbano, oppure quelli che si occupano delle cosiddette città informali. Il dibattito attuale si incentra sul dividere gli studi che si occupano della città da quelli che si svolgono nella città. All interno di questa tesi non prendiamo una posizione netta per una o per l altra posizione, perché riteniamo che siano tutti studi che hanno come oggetto l ambiente urbano e che possono concorrere a fornirci un idea d insieme a riguardo. L importante, a mio avviso, all interno di studi che si occupano di aree ristrette nella città, è non dimenticarsi di aver ristretto il campo e ricollegarlo sempre alla sua dimensione macroscopica. Alla fine del primo capitolo ci occuperemo invece di analizzare alcuni degli stud i brasiliani più importanti che hanno avuto come oggetto l ambiente urbano e in modo specifico le favelas. Sottolineando l importanza di un approccio interessante che si sta diffondendo in questi anni, quello dell analisi delle reti sociali all interno delle favelas. Approccio che ci aiuta a riscostruire i rapporti sociali che i soggetti costruiscono, come all interno di una rete, per garantirsi la sopravvivenza. Il secondo capitolo ci servirà invece da introduzione al campo di ricerca. Il filo conduttore sarà la favela, ma analizzata partendo da un contesto macroscopico, quale l America Latina e l analisi della teoria della marginalità Passando per lo Stato del Brasile e la città di São Paulo, per comprenderne l origine, fino ad arrivare al contesto microscopico, del Grotão. Questo ci aiuterà a non considerare il nostro campo come isolato, ma ad inquadrarlo all interno di dinamiche più ampie che hanno concorso alla sua formazione e ne hanno condizionano l esistenza costantemente. Inoltre, una parte importante del capitolo sarà dedicata all analisi dell origine del termine favela e alla sua decostruzione, soprattutto degli stereotipi che lo accompagnano. La parte finale si occuperà invece di ripercorrere le politiche abitative attuate nello specifico dal Comune di São Paulo, all interno dello Stato del Brasile, nei confronti dei cosiddetti insediamenti informali, quali favelas, cortiços e loteamentos irregulares. Ho usato il termine favela, nella maggior parte dei casi, senza fare riferimento ad un contesto specifico, o per rendere più immediata la comprensione del testo. Ma, come avrò modo di spiegare nel corso di questo elaborato, ho preferito usare il termine Comunità riferendomi a Paraisópolis, in quanto rappresenta la definizione emica che la popolazione ha assegnato a se stessa 3

10 negli ultimi anni. Ho preferito così utilizzare quest ultima, in particolare nell ultimo capitolo. Il terzo capitolo si occuperà infatti di analizzare nello specifico il contesto della nostra ricerca. L'obiettivo sarà quello di trasmettere il punto di vista locale, attraverso l analisi delle interviste fatte ad alcuni dei suoi abitanti, rispetto ai cambiamenti in atto da alcuni anni all interno della Comunità. I cambiamenti che andremo ad analizzare saranno quelli attuati dal Comune, cambiamenti che provengono in questo modo dall esterno. Andremo ad analizzare quali reazioni stimoleranno all interno dell andamento della vita quotidiana e sociale dei suoi abitanti. In parallelo porteremo avanti l analisi della relazione tra i rappresentanti del Comune e gli abitanti della Comunità, per comprendere come vengono interpretati i nuovi progetti e come viene coinvolta la popolazione. L intero lavoro di tesi è coinvolto nel cercare di delineare un percorso per arrivare alla comprensione del motivo dell esistenza di questi spazi all interno dell ambiente urbano e di come relazionarcisi. All interno delle dinamiche di cambiamento, arrivare a comprenderne il punto di vista locale. Può sembrare che si parta da molto lontano, in realtà solo in questo modo possiamo comprendere il fenomeno nella sua interezza. Sicuramente si tratta di un lavoro iniziale, non completo, ma che pone le base per delle ricerche future più approfondite. Il Grotão è attraversato da cambiamenti fondamentali ormai da diversi anni, ma è in realtà solo all inizio di questo processo, sarebbe interessante andare ad indagare in un prossimo futuro, come questi cambiamenti stanno procedendo e come verranno conclusi, andando a comprenderne le conseguenze e le reazioni locali alla fine di un processo. Anche se sappiamo bene che la favela racchiude in sé un carattere mutevole, come d altronde la città stessa. 4

11 Capitolo I Prospettive teoriche di antropologia urbana: per uno studio della città nella città L antropologia negli ultimi anni si è trovata di fronte ad un bivio. Nata come disciplina non solo dello studio dell altro, ma di un altro lontano, esotico, sconosciuto, ha dovuto affrontare una delle più importanti trasformazioni sociali della nostra epoca, il progressivo inurbamento della maggior parte della popolazione mondiale con il conseguente aumento della complessità dell organizzazione sociale. La domanda era: l antropologia scomparirà insieme al suo oggetto di studio o varrà la pena tentare di adattare la disciplina ai nuovi avvenimenti? Sarà in grado di dare il proprio contributo? Le ricerche antropologiche per molto tempo avevano dato per scontato che il campo di ricerca naturale dell antropologo dovesse essere situato in un universo lontano, possibilmente ridotto nelle dimensioni per comprenderne al meglio le dinamiche interne e totalmente sconosciuto. Questo permetteva di mantenere un ruolo esterno alla società osservata. Col tempo ci si rese conto però che il ricercatore, quando si trovava sul campo, non era un osservatore neutrale e super partes, ma al contrario portava con sé il proprio bagaglio culturale, il quale avrebbe condizionato il suo agire. Altro aspetto fondamentale, con la sua presenza rompeva in un certo senso l equilibrio sociale creando degli stimoli e delle reazioni. Questa caratteristica si potrebbe definire, nello stesso tempo, come il pregio e come il difetto della ricerca etnografica. Da una parte rappresenta il limite che avremo sempre, dall altro lato rendersi conto di essere presenza che stimola reazioni rappresenta ciò che ci aiuterà a portare alla luce delle dinamiche che altrimenti non coglieremmo, fermandoci piuttosto ad un apparenza comprensibile ad uno sguardo superficiale. Con questa nuova consapevolezza gli antropologi iniziano a chiedersi se è davvero essenziale guardare sempre verso un altro così lontano, l antropologia potrebbe anche rappresentare un osservazione critica all interno della propria dimensione culturale. Gli sforzi chiaramente sarebbero notevoli, è molto più difficile assumere uno sguardo critico quando si osserva una situazione ben conosciuta, incorporata ed agita. Inoltre le popolazioni fino ad allora studiate, stavano vivendo anch esse una 5

12 profonda trasformazione interna e stavano cambiando forma. Il mondo si ritroverà presto coinvolto in una serie di dinamiche che verranno definite globali, dinamiche nelle quali ci troviamo attualmente e in un modo più o meno profondo, tutti ne saranno investiti. Gli studi che riguarderanno le società complesse, che verranno poi quasi identificati con l antropologia urbana, seguiranno questa nuova scia, uno sguardo al noi. L antropologia urbana trova il suo terreno più fertile negli Stani Uniti all interno della Scuola sociologica di Chicago, in un epoca in cui il paese stava vivendo una fase di grande effervescenza e di crescita, in tutti i sensi, dove il fare le cose in grande era visto di buon occhio, dove il riuscire a costruire il palazzo più alto, la città più estesa rappresentavano simboli di potenza e grandiosità. Dove la città non veniva disprezzata, ma anzi al contrario ricercata. Inizialmente i sociologi, più avanti anche gli antropologi, si accorgeranno dell importanza del fenomeno, di ciò che li stava circondando, che forse valeva la pena analizzare. Quando gli antropologi iniziarono a ragionare sulla città, furono due aspetti fondamentali della tradizionale ricerca etnografica a mancare, una chiara definizione dell oggetto di studio e del metodo di ricerca. Problemi che in realtà ad oggi non hanno ancora trovato una soluzione chiara, sempre che ce ne sia davvero un reale bisogno. L antropologia si era da sempre occupata di analizzare delle realtà ristrette, non di semplice comprensione, ma meno stratificate. Le società cosiddette complesse invece, hanno un ampia espansione sul territorio, senza l esistenza di un parametro fisso, inoltre hanno un carattere molto dinamico e in grado di mutare in alcuni aspetti molto rapidamente. Si tratta di società con una grande stratificazione, nelle quali gli individui incrociano molte relazioni di diverso grado, in cui fanno parte di differenti gruppi e assumono sempre nuovi ruoli. Questo complica le cose. Inoltre le grandi dimensioni della città ne hanno fatto il terreno ideale per gli studi sociologici, in grado di fare delle analisi su più ampia scala. La intrusione dell antropologia creerà anche delle problematiche nella definizione/separazione delle due discipline. Non per altro i primi studi nasceranno all interno della Scuola sociologica di Chicago, dove gli studiosi faranno ricerche in ambito urbano utilizzando, in alcuni casi, un approccio antropologico. La problematica principale per gli antropologi fu quindi definire il campo. Ci si chiedeva come delimitare l oggetto di studio, come e quando si potesse definire una 6

13 città in quanto tale, dovevano essere fissati dei parametri? La città poteva rappresentare così un parametro di confronto? Di sicuro la prima reazione fu quella di identificare la città in opposizione al contesto rurale. Metro di confronto che è stato molto difficile eliminare, e che forse non è scomparso del tutto. In quel caso la realtà urbana si riconosceva solo in opposizione a quella rurale, in base a determinate caratteristiche. Ma la città era solo questo? Si tese inizialmente a considerarla come una totalità ben identificabile nei suoi confini. Una unità culturale compatta che non permetteva eterogeneità al suo interno, quasi come un grande coperchio amalgamante. Ma questo meccanismo porterà ad appianare la grande dinamicità della realtà urbana. La difficoltà reale per l antropologo sarà poi, come accennavo prima, la mancanza di una metodologia adeguata per semplificare la città. Per i primi studi si applicheranno così i metodi utilizzati nelle società tradizionali, che presto si riveleranno inadeguati. Si passerà da una divisione in aree funzionali interne alla città, a degli studi più specifici che però non coglieranno il legame con la dimensione macroscopica. Fino ad arrivare quasi all estremo opposto, dove l interpretazione della città viene sostituita dalla sua evocazione 1, dove scompare la distanza tra la realtà e la sua interpretazione. Inoltre il quesito che ricorrerà negli anni sarà se si sta facendo un antropologia della città o nella città, se si utilizza la città solo come dimensione spaziale, dove svolgere delle ricerche di caso o se si riescono a cogliere le dinamiche che concorrono a costituire la più generale dimensione urbana. Ma andiamo ad analizzare in modo più specifico le differenti fasi storiche sopra solamente accennate. 1.1 Dove nasce l Antropologia Urbana Chicago tra il 1920 e il 1930 era diventata la seconda più grande città americana, andando a simboleggiare la crescita economica, la grandezza del Stati Uniti, quasi rappresentando un riscatto e un distacco morale dal vecchio continente. Una diversa concezione della città andrà infatti a separare le due realtà, anche nell ambito degli studi in scienze sociali. La scuola sociologica nata a Chicago, si ritroverà così ad 1 1 A. M. Sobrero, Antropologia della città, Carocci, Urbino, 2009 (prima ed. 1992), p

14 affrontare una situazione del tutto nuova, la città era cresciuta ed ora stava iniziando a racchiudere in sé delle caratteristiche nuove. Rappresentava ora l incontro interetnico, ma anche spazio per nuovi e sconosciuti problemi sociali, quali la criminalità, la segregazione, il vagabondaggio 2. I sociologi non poterono far altro che rivolgere uno sguardo interessato a questi fenomeni. Si ritrovano infatti diversi lavori svolti in quel periodo, tutti accumunati da specifiche impostazioni di ricerca, anche se su varie argomentazioni. Mentre in Europa l idea che si stava diffondendo era caratterizzata dalla netta opposizione tra Gemeinschaft (comunità) e Gesellschaft (società) 3, dove quest ultima rappresentava il luogo d eccellenza per la città, luogo dove venivano distrutti i legami comunitari tradizionali. Negli Stati Uniti al contrario, la città prendeva sempre più spazio all interno degli studi e non solo, accoglieva anche l idea di innovazione e di crescita. Mentre in Europa si diffondeva sempre di più un sentimento di opposizione nei suoi confronti, che costituì il principale limite alla nascita di nuovi studi in ambito urbano. Principale esponente di una prima fase di studi urbani della scuola di Chicago sarà R. Park. Influenzato sicuramente da Ferdinand Tönnies e dalle teorie europee durante la sua permanenza nel vecchio continente, sarà però maggiormente coinvolto dalla Teoria Ecologica formulata dai sociologi di Chicago e in particolare da William Graham Sumner. La teoria ecologica aveva la pretesa di affrontare gli studi sulle popolazioni umane e in particolare urbanizzate, nello stesso modo in cui venivano studiati i comportamenti animali o vegetali. I comportamenti umani, la distribuzione nello spazio e l organizzazione sociale venivano interpretati attraverso la teoria evoluzionistica della lotta per la sopravvivenza. Così, secondo questa teoria, esisterebbe un ordine di comportamento definito naturale, dettato da leggi morali, che gli individui seguono nel distribuirsi sul territorio e nel relazionarsi tra loro, dove si compete per la sopravvivenza. Per Park l ecologia umana rappresenterà un metodo, un approccio teorico. Quello che farà sarà concepire la distribuzione umana 2 M. Agier, Antropologia da cidade. Lugares, situações, movimentos, Editora Terceiro Nome, São Paulo, Riferimento a F. Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft, Reisland, Leipzig, In A. M. Sobrero, Antropologia della città, cit. p. 7. 8

15 come divisa in regioni naturali, caratterizzate da coesione e da simili interessi. Questa visione generale, questa convinzione di aver scoperto un metodo assoluto per leggere il comportamento umano, andava a confermare l idea di Park, secondo la quale la manifestazione culturale umana seguiva sempre le stesse regole, che si trattasse di società più complesse o di società più semplici. Questo rappresentò il primo vero limite degli studi della scuola di Chicago in ambito urbano, pensare di poter applicare gli stessi metodi di ricerca utilizzati per le cosiddette società primitive, anche nello studio di società più complesse. Park non andrà ad approfondire molto questa teoria, saranno soprattutto i suoi allievi ad applicarla in seguito. Un altro aspetto che condizionerà molto le loro ricerche sarà l idea che la teoria ecologica portava con sé, cioè di un forte individualismo, che diventerà caratteristica dell ambiente urbano, dove l individuo cerca di trovare la sua area naturale aggregandosi ai suoi simili, ma sempre con l obiettivo individuale della propria sopravvivenza. Forse in questo caso non si allontana troppo dall idea europea della Gesellschaft sopra indicata, che privava la città dei forti legami comunitari. Le scelte fatte dagli individui erano così dettate da una sorta di istinto naturale, per cui veniva sottratta alla città, secondo Ulf Hannerz 4, un influenza attiva nel condizionare le scelte dell individuo. Sotto questa opinione soggiace però una definizione di città compatta, come se la città fosse un entità coesa in grado di spingere gli individui verso una determinata direzione, solo per il fatto di essere città. Anche questo sembra che vada a creare una definizione generica con un effetto amalgamante. Bisogna pensare però che l analisi ecologica rappresentava l approccio teorico che si poneva alla base delle ricerche, i sociologi erano interessati sì a definire quale fossero le aree naturali, ma si occupavano anche di studiarne il funzionamento interno, dall organizzazione politica all individuazione delle minoranze, alla ricerca delle Istituzioni, che per Park si dissolvevano all interno dell ambiente urbano. Questa incorporazione dell individuo solitario, andava a sottolineare l idea dell assenza di legami comunitari nella città. Come afferma Michel Agier:..nell ipotesi individualista la figura del cittadino si costituisce ricorrendo a 4 U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Il Mulino, Bologna, 1992, (prima ed. 1980). 9

16 metonimie della città di tipo interstiziale.. 5, come le strade o il traffico, o facendo riferimento a tipi sociali intermedi che erano facilmente identificabili, come lo straniero, che a quel punto diventava l ideal-tipo dell abitante della città. Park in realtà si rese conto dell esistenza anche in ambito urbano di legami sociali, probabilmente erano solo difficili da rintracciare e definire. D altra parte lo studio sulla città era una novità, i metodi e gli strumenti di ricerca non erano del tutto chiari e non aiutavano a semplificare, agli occhi dello studioso, una dimensione come la città che appariva molto complessa. Alcuni aspetti che si andavano a ricercare, avendo come riferimento le etnografie svolte all interno delle società tradizionali, come le relazioni e la definizione dei ruoli, sembravano perdersi nella confusione della città. Prima di tutto gli studiosi di Chicago dovettero dare una definizione di ciò che poteva essere identificato come città, che non era semplicemente ciò che si opponeva all ambiente rurale, bisognava avere dei parametri più precisi. Si poteva definire così un centro urbano per le dimensioni che assumeva ma non solo, fondamentale fu la densità, cioè la relazione tra la dimensione del territorio e il numero dei suoi abitanti. Il parametro minimo era un certo livello di eterogeneità e quello massimo, se superato, portava ad un livello troppo alto di confusione, indeterminatezza. Una volta stabilito che l area che si stava studiando poteva essere considerata urbana, si passava alla definizione delle sue aree naturali, concentrandosi infine solamente su una, per studiarne gli equilibri interni, condizionati da fattori socio-economici e culturali. Un eccezione può essere rappresentata dallo schema ideal-tipico creato da uno degli allievi di Robert Park, Ernest Burgess 6, il quale divise la città di Chicago in base al valore delle attività umane, collegando le diverse aree naturali in una forma composta da cerchi concentrici. Si andava così dalla zona degli affari, alle zone residenziali periferiche, passando per diverse zone di transizione, dove si potevano trovare le abitazioni degli artisti, i bassifondi, le case in affitto, gli immigrati. Il passaggio da un area all altra avveniva solo nel caso in cui le condizioni economiche lo permettessero. Tutto era 5 M. Agier, Antropologia da cidade. Lugares, situações, movimentos, cit. p.8. 6 U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, cit. p.9. 10

17 mosso in questo modo solamente da ragioni economiche. Il concetto di zona di transizione però è molto importante perché mostrava l esistenza di una connessione tra le diverse aree, aspetto che allora era poco analizzato. La principale critica che verrà fatta al modello, sarà che non era chiaro se fosse applicabile solo alla città di Chicago o se fosse stato concepito come un modello generico. Inoltre la ricerca era ridotta ad una mappatura della città in aree, senza alcun approfondimento di interesse antropologico. Le due discipline, antropologia e sociologia, troveranno in seguito direzioni diverse, costituendo due filoni di ricerca. È interessante in questa sede riportare gli esempi di alcune delle prime ricerche svolte dai sociologi di Chicago, analizzati da Ulf Hannerz nel suo libro Esplorare la città. Antropologia della vita urbana. La ricerca più diffusa sarà quella svolta all interno di una sola area urbana di interesse. La prima è quella di Nels Anderson 7 che si occupava di analizzare l ideal-tipo del vagabondo, figura nata in seguito al calo della richiesta di lavoro mobile tra le diverse città americane, si stabilirà nelle zone di frontiera, vivendo in accampamenti abusivi. La frontiera rappresentava proprio un area di transizione nel senso di Burgess, dove il vagabondo entrava in contatto con le altre aree e quindi con persone di un livello economico e sociale differente, potendosi spostare però con facilità e frequenza. Anderson andrà poi a creare cinque categorie dove rientreranno diversi tipi di persone senza fissa dimora, metodo classificatorio che gli era utile per riordinare un mondo che ai suoi occhi appariva complesso, andandone a ricercare le ragioni di appartenenza. Si andava a riordinarli partendo da alcune motivazioni di base, dalla perdita del lavoro o della famiglia, a problemi mentali o per semplice volontà di fare esperienze nuove. Purtroppo la relazione con le altre aree della città è poco evidenziata. La seconda ricerca è intitolata The gang di Frederic M. Thrasher 8. Si tratta dell analisi delle numerose bande giovanili che si stavano formando a quell epoca a 7 N. Anderson, The Hobo, University of Chicago Press, Chicago, 1923 (ed. It. Il vagabondo, Donzelli, Roma, 1994), in U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana (p. 110), cit. p.9. 8 F. M. Thrasher, The Gang, University of Chicago Press, Chicago, 1963 (prima ed. 1923), in U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana (p. 116), cit. p

18 Chicago. È interessante perché rappresenta uno dei primi studi sui fenomeni di delinquenza urbana. Thrasher evidenziava molto bene la natura mutevole della banda e ne analizzava le forme e le motivazioni. Anche in questo caso si trattò di ricercare il parallelo tra l oggetto di studio e il territorio. Evidenziando in questo modo la corrispondenza della presenza di una banda in una determinata area, anch essa definita attraverso la categoria zona di transizione, dato il carattere mutevole intrinseco alla banda. Anderson lo definirà interstiziale, che per lui sarà sinonimo di disorganizzato. Nella maggior parte dei casi ci sarà una corrispondenza tra area di transizione ed origine etnica. Un ulteriore aspetto interessante che risulterà dall analisi sarà che, secondo Anderson, la banda nasceva come conseguenza ad una reazione di opposizione da parte dell ambiente esterno, portando il gruppo ad essere distaccato dal resto della società, ad essere un gruppo conflittuale. Questa reazione di opposizione era per lui una risposta ad un vuoto sociale e una opposizione a situazioni di oppressione. La banda rappresentava così una forma di adattamento sociale. Il rischio corso da Anderson fu quello di voler analizzare quasi tutte le bande presenti allora sul territorio, compito decisamente eccessivo per un solo studioso. Anderson sarà però per certi aspetti pioniere di alcuni studi sulla criminalità che verranno in seguito, grazie alla sua grande attenzione agli aspetti micro sociologici dei piccoli gruppi. Il terzo studio è di Louis Wirth 9 e si tratta di The Ghetto pubblicato nel Si tratta di un grande lavoro che ha visto come primo passo una ricerca approfondita sul ghetto europeo, dove i confini rappresentavano chiaramente una barriera etnica, anche se garantivano al loro interno una certa autonomia per i suoi abitanti. Per poi passare al territorio americano, dove inizialmente gli ebrei non abitavano dei ghetti, creati al contrario col tempo in seguito ad una spinta aggregativa necessaria per la sopravvivenza. Alla base della ricerca di Wirth c era la volontà di comprendere le motivazioni che spingevano un ebreo ad abitare in un posto piuttosto che in un altro. Secondo Wirth questo aiutava a capire che tipo di ebreo egli fosse. In questa 9 L. Wirth, The Ghetto, University of Chicago Press, Chicago, 1928 (ed. It. Il Ghetto, Edizioni di Comunità, Milano, 1963). In U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana (p.122), cit. p

19 ricerca è evidente la presenza della teoria ecologica, in quanto ciò che smuove la curiosità dell autore sono proprio i principi di competizione economica. Allora il ghetto poteva essere considerato un area naturale a tutti gli effetti. Chi era già ben inserito non si spostava dai quartieri agiati, mentre gli immigrati che arrivavano dall Europa erano di solito molto poveri e andavano ad inserirsi nel ghetto cercando aiuto tra i connazionali, che di solito diventavano anche i loro datori di lavoro. C era un sentimento di generosità ed accoglienza, ma anche una certa gerarchia che poteva creare problemi. Sobrero critica positivamente questa prima ricerca di Wirth, definendola come ciò che si avvicina di più alla definizione di ambiente urbano per la teoria ecologia, per densità, numero ed eterogeneità della popolazione 10. L autore riesce a dare un idea delle caratteristiche generali dell area, eterogenee, ma riesce anche a trasmetterne l uniformità, il sentimento identitario della popolazione grazie al quale può essere culturalmente isolata. Nel libro pubblicato successivamente però questo tipo di analisi più accurato scomparirà. In Urbanism as a way of life 11 Wirth, ha una concezione della città compatta che gli permette di fare un analisi utilizzando le categorie usate per le società ad organizzazione più semplice. La sua concezione sarà allora quella di una società di massa che porta ad una cultura di massa. La quarta ricerca è quella di Harvey W. Zorbaugh 12, The Gold Coast and the Slum (1929). Questo studio, a differenza dei precedenti, lascia poco spazio al punto di vista locale, non si tratta di un lavoro dove si cerca di utilizzare il metodo qualitativo. Zorbaugh divide il Lower North Side in sei aree. Le cosiddette aree naturali : Costa Dorata, gli appartamenti in affitto, la Bohemia, una zona commerciale decaduta a area divertimenti, lo slum e Little Sicily. Questa frammentazione in aree non si distacca molto dal diagramma idel-tipico di Burgess. Infatti le linee di confine 10 A. M. Sobrero, Antropologia della città (p. 84), cit. p L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, University of Chicago Press, Chicago, In A. M. Sobrero, Antropologia della città, cit. p H. W. Zorbaugh, The Gold Coast and the Slum, University Press of Chicago, Chicago, In U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana (p. 128), cit. p

20 separano spazialmente diversi livelli socio-economici della popolazione. Si passa dalla zona più ricca della città a quella più povera, che può essere lo slum o le aree di aggregazione etnica, a volte coincidenti. È totalmente assente un analisi delle relazioni che intercorrono tra le diverse aree, aspetto che impoverisce la ricerca. Il quinto e ultimo studio che Hannerz propone è quello di Paul G. Cressey 13, The Taxi Dance-Hall, pubblicato nel È quella che può essere definita come l ultima ricerca d impronta etnografica svolta dai sociologi della Scuola di Chicago, prima della separazione tra le due discipline. Si tratta di uno studio molto interessante ed approfondito su una tipologia di sala da ballo diffusa in quegli anni a Chicago, la Taxi Dance-Hall. Si trattava di sale da ballo, di solito situate in aree periferiche o non molto ricche della città che, non riscuotendo molto successo, venivano trasformate in locali dove donne a pagamento ballavano con i clienti. Erano locali con una brutta reputazione, soprattutto per il confine labile che c era tra l essere una ballerina o una prostituta. Inoltre il loro situarsi in zone riconosciute come povere o malfamate non aiutava. Cressey decise di guardare a questi locali come ad un mondo a parte, con un proprio funzionamento interno, un proprio linguaggio e modo di agire. Ci sono dei punti interessanti nella ricerca, come il fatto che la maggior parte dei clienti fosse asiatico, soprattutto filippino. Si trattava di un gruppo che subiva molte discriminazioni e non riusciva ad avere delle relazioni regolari con le donne, inoltre i locali erano situati soprattutto dove loro avevano attività commerciali o dove vivevano. Inoltre è interessante notare l opinione di Cressey riguardo la possibilità che la città dava di restare nell anonimato. Secondo lui questa era una caratterista peculiare dell ambiente urbano, grazie alla quale le ragazze potevano fare differenti lavori, tra i quali le ballerine, senza essere scoperte. Meriti e criticità I sociologi della scuola di Chicago hanno sicuramente il merito di essersi resi conto dell importanza che aveva la novità della dimensione urbana, e soprattutto di aver svolto delle ricerche in seno alla propria città, di aver rivolto uno sguardo critico 13 P. G. Cressey, The Taxi-Dance Hall, University of Chicago Press, Chicago, 1932 (1a Edizione). In U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana (p.136), cit. p

21 interno alla propria dimensione culturale. Le ricerche che ci hanno lasciato concorrono a darci un immagine più o meno complessiva della città e questo ci aiuta a farci un idea generale. Di sicuro questo rappresenta anche la principale critica nei confronti della scuola. Si tratta purtroppo di studi che solo uniti tra loro possono darci una visione d insieme, ma purtroppo singolarmente non offrono un collegamento con il resto della città, al di fuori dell area studiata. La divisione in aree naturali ha portato a concentrarsi solo su una d esse, senza cercarne il collegamento con le altre, che chiaramente c era. Inoltre l ecologia umana rappresentava un progetto molto ambizioso 14, ma destinato a fallire. L idea di aver trovato le leggi naturali che muovessero l agire umano in ambito urbano era troppo. Si può accettare l idea di area naturale culturale per riuscire a fare una mappatura della città, per farsi un idea generale per poi trovarne i vari collegamenti che la compongono. Interrogandosi soprattutto sulle ragioni di queste sovrapposizioni o contatti, non seguendole come leggi assolute dell agire umano. Altrimenti sarebbe molto riduttivo, sappiamo bene che l uomo agisce anche per motivi che vanno oltre l istinto naturale. Come afferma Agier 15, il concetto di regione è utile per definire delle identità, ma bisogna fare attenzione perché i confini di queste e delle città non sono meno labili né meno costruiti delle etnicità. Quando la ricerca si svolge sul campo si incrociano relazioni, si instaurano rapporti e allora la divisione in regioni diventa sempre meno concreta e netta. Inoltre la teoria dell ecologia umana aveva un altro limite evidente, l uomo al contrario delle piante, si muove e non sopravvive solo attraverso il sostentamento del terreno, ma attraverso le relazioni che instaura. Per cui è sì importante fare uno studio ben localizzato nello spazio, ma questo non deve creare delle barriere invisibili che ci proibiscono di andare oltre con lo sguardo, di creare collegamenti. Una data regione può essere delimitata è vero, ma non può esistere se non nel confronto con le altre. Ad oggi ci sono ancora dei punti deboli nello studio della città, gli antropologi non sono ancora del tutto concordi su alcuni aspetti. Alcune idee sono state trasmesse fin 14 A. M. Sobrero, Antropologia della città (p. 81), cit. p M. Agier, Antropologia da cidade. Lugares, situações, movimentos (p. 71), cit. p

22 dai primi studi e faticano ad essere superate. Come ad esempio il considerare la città come un tutt uno compatto, una società di massa che diventa cultura di massa, eliminando le innumerevoli sfaccettature che rientrano in questa dimensione spaziale. Oppure il produrre al contrario solo studi di comunità, spezzettando la realtà urbana, togliendole una visione d insieme. Io stessa nella mia ricerca sul campo ho avuto delle difficoltà a riguardo. Fare una ricerca su una zona all interno di una favela può far correre il rischio di concentrarsi solo su di essa. In realtà andando a fondo, parlando con le persone, cercando di capire i loro movimenti e relazioni, viene restituita alla sua dimensione più globale, al quartiere vicino Morumbi, alla città di São Paolo, al Brasile. Infine vi è l errore di concepire la città in opposizione alla realtà rurale. Agier si chiede se riusciremo a concepire un antropologia fatta interamente a partire dalla città. Secondo lui solo a quel punto potremo vederla come il luogo della relazione e non dell individuo. 1.2 Il Rhodes-Livingstone Institute e la Scuola di Manchester Il Rhodes-Livingstone Institute venne fondato nel 1937 presso la città di Lusaka, nell attuale Zambia, allora Rodesia del nord. L Istituto fu voluto dalle autorità coloniali inglesi per approfondire le loro conoscenze rispetto ai cambiamenti in atto all interno del territorio coloniale. Legato all Università di Manchester, si occupava di finanziare diverse ricerche antropologiche in territorio africano. Fin dal primo direttore, Godfrey Wilson, fu specificato il principale interesse al centro degli studi dell Istituto, cioè la città e la relazione di quest ultima con la dimensione rurale e non i classici studi della sola tradizione rurale. Si tratterà di un grande complesso di ricerche, forse il più importante apporto di studi urbani per l antropologia inglese. L approccio teorico adottato andava a distanziarsi, soprattutto negli studi tra gli anni cinquanta e sessanta, dal funzionalismo ancora molto forte in Inghilterra. Inoltre si trattava di un importante contributo agli studi su quell area dell Africa. La linea teorica seguita da questi studiosi era sicuramente legata ai cambiamenti in atto in territorio africano a quell epoca. Le città prendevano forma, sotto la spinta del sistema coloniale, in un modo molto violento. Le campagne vivevano uno spopolamento abbastanza marcato, ma la città si duplicava per l elevatissimo tasso di crescita demografica. La campagna si indeboliva, ma la città non si rafforzava per la 16

23 mancanza di un equilibrato sistema produttivo che potesse dare spazio a tutti. Da questo si evince che l inurbamento della popolazione africana fu differente da quello avvenuto nelle città europee, nonostante la volontà dei colonizzatori di installare un sistema simile. Le città europee avevano portato ad uno spopolamento estremo delle campagne, ma ad una crescita industriale molto forte e ad una crescita demografica limitata. Un iniziale sbaglio degli antropologi dell Istituto fu quello di partire dal presupposto che i due processi di inurbamento fossero stati uguali, per analizzarne i cambiamenti, seguendo in un certo senso un modello evolutivo già stabilito. In realtà la ricerca sul campo evidenzierà il contrario. L antropologia inizierà ad allontanarsi dalle teorie che concepivano la natura umana riducibile a schemi determinati. Iniziò anche ad allontanarsi da alcuni aspetti del funzionalismo e de llo strutturalfunzionalismo che assumevano un concetto di società chiusa, rigida. I grossi cambiamenti in atto in Africa non potevano che stimolare questa reazione tra gli studiosi che si trovavano sul posto. La concezione di una società rigida veniva dalla necessità dell antropologia di selezionare un area di studio più o meno determinata. Ma questo fece perdere di vista la realtà dinamica e del cambiamento sociale. Gli studiosi della scuola di Manchester si concentrarono così su questo aspetto, andando a considerare, non la staticità, ma i processi e la complessità delle società studiate, producendo lavori modesti senza formulare delle teorie generalizzanti. Evans- Pritchard sarà uno dei primi a farlo. L obiettivo della Scuola di Manchester sarà quindi definire i limiti della semplificazione antropologica 16. Ma iniziamo dai primi studiosi del Rhodes-Livingstone Institute, fornendo alcuni esempi tratti dal libro di Ulf Hannerz 17. Uno degli studi più conosciuti e rilevanti è sicuramente la classificazione delle città africane di Aidan Southall 18 del L idea di una classificazione ci fa subito pensare ad una generalizzazione, anche se questo rappresentò una grande spinta ai 16 A. M. Sobrero, Antropologia della città (p. 103), cit. p U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, cit. p A. Southall, Introductory Summary, in Social Change in Modern Africa, Oxford University Press, London, In U. Hannerz, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, cit. p

24 primi studi di antropologia urbana e sarà un importante apporto agli studi sull Africa. Le città africane venivano quindi raggruppate in due tipologie, A e B. Nel primo tipo rientravano le città di origine indigena e di più antica formazione. Quest ultime avevano una crescita definita lenta ed erano caratteristiche dell Africa occidentale e orientale, rappresentavano il centro dei sistemi locali. Nel tipo B rientravano invece le città dell Africa centrale e meridionale, caratterizzate da una nuova e rapida espansione, erano legate al potere coloniale. In quest ultime si notava una certa discontinuità con il mondo esterno e una maggiore presenza di poli industriali. Sicuramente si poteva tracciare questa distinzione e alcuni aspetti ne erano caratteristici, ma è certo anche che facendone una classificazione si creavano delle generalizzazioni troppo nette. Le città non erano rappresentabili in modo statico, cambiavano forme e funzioni che le facevano così uscire e rientrare dalle tipolo gie fissate da Southall. Alcune città perdevano la loro importanza, altre entravano per la prima volta nel gruppo B grazie alle proprie risorse, le primary cities, lasciando indietro quelle meno ricche. Nel 1974, Joan Vincent aggiungerà un tipo C per facilitare le cose. Lo studio di Southall rientra ancora nella visione funzionalista, soprattutto per quanto riguarda il metodo di classificazione e di rappresentazione utilizzato. Due aree minerarie in particolare saranno invece fonte di interesse per alcuni studiosi. Broken Hill e Luanshya, quest ultima più recente e situata all interno della Copperbelt, l area inglese del rame. Uno degli studiosi interessati fu proprio Godfrey Wilson che scrisse An Essay on the Economics of Detribalisation in Northern Rhodesia. Dimostrava molto interesse nei confronti dei cambiamenti del sistema economico e verso i problemi che ne derivavano. Di impostazione funzionalista, andava a ricercare l equilibrio dato dalla coerenza tra rapporti sociali, gruppi e Istituzioni, che per lui rappresentava lo stato naturale della società. In Africa non era ancora stato realizzato, ma secondo Wilson serviva solo del tempo. In studi successivi a questo, Wilson aggiungerà una categoria d analisi, la scala, cioè le società venivano osservate secondo una scala crescente, da società più semplici a quelle più complesse. Seguendo in un certo senso un paradigma campagna/città. Nel libro citato precedentemente, il lavoro è diviso in due parti, la prima dedicata alla relazione città-campagna, l altra alla città. Secondo Wilson il problema principale 18

25 che aveva causato la mancanza di equilibrio nella Copperbelt, era l errore commesso dai colonizzatori inglesi nell impiantare un sistema economico industriale di stampo urbano all interno di una società rurale agricola. Si trattava di un sistema economico largamente controllato dagli europei che in questo modo avevano un ruolo di dominio sul territorio. La grande differenza tecnologica tra sistema industriale europeo e sistema agricolo africano era quello che aveva portato ad una situazione di totale disequilibrio e difficoltà di sostentamento. Essendo stato impiantato dall esterno inoltre, quello che seguì non fu uno sviluppo equilibrato dell industria, ma fu un processo molto confuso, tarato al massimo sul singolo individuo. La città era organizzata così per ricevere solo individui senza le proprie famiglie, residenti temporanei, in quanto un lavoro per tutti e un guadagno favorevole per un intera famiglia non erano garantiti. Inoltre questo stato d insicurezza, di precarietà, comportava una sensazione di instabilità nei suoi abitanti, con la conseguente difficoltà nel radicarsi nel nuovo ambiente urbano 19. Osservando la città, Wilson si dedicherà alla distinzione tra due categorie di relazioni: quelle impersonali o d affari, e quelle personalizzate. Sarà quindi attraverso queste due che andrà a rilevare alcuni comportamenti interni alla popolazione urbana. Un aspetto interessante che notò fu l emulazione dell europeo attraverso l utilizzo e la ricerca degli stessi abiti e l intenzione di farsi notare da questi ultimi, invitandoli per delle occasioni particolari, come serate di gala. Da un lato il simbolo della ricchezza da emulare, ricercare, dall altro l europeo che non mostra interesse nell istaurare un rapporto che vada oltre la relazione impersonale con l africano. Un altro aspetto che Hannerz riporta nel libro e che ho ritenuto importante sottolineare in questa sede, è quello che fa cenno invece alle relazioni personalizzate. Una di queste si basava su di un particolare accordo che le famiglie di amici o parenti stabilivano, mettendo ognuna da parte una somma di denaro, creavano un fondo comune al quale potevano attingere a turno in caso di necessità. L ho trovato particolarmente interessante perché durante la mia ricerca svolta all interno di una favela di São Paulo in Brasile mi è capitato più volte di sentir parlare del mutirão, che segue lo stesso sistema appena descritto. Le 19 A. M. Sobrero, Antropologia della città (p. 95), cit. p 7. 19

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